Come John Coffey

da 20 Set 2020

Samuel il macramero

Macramè online

Oggi voglio Parlarvi di Samuel. Dovete immaginarvelo molto alto, di pelle scura, pelato, sempre col sorriso sulla bocca e le lattine di birra in mano. Siamo arrivati al parcheggio della Playa de la Concha a Playa Honda, sull’isola di Lanzarote, nel mese di gennaio 2020. Stavo facendo palestra quando è arrivato lui, armato del suo sorriso e con una cerveza da condividere: è il suo modo di fare amicizia. Samu non ha molti soldi, ma è la persona più ricca che io abbia mai incontrato: ora ti spiego il perché.

A marzo è arrivato il covid e con lui la quarantena. Il nostro seguire gli indizi che la vita ci invia per farci trovare sempre sulla strada giusta, ci ha condotti fino a quel terreno di proprietà privata in cui la polizia non aveva giurisdizione, pertanto, a differenza degli altri camperisti sparsi per le Isole Canarie, abbiamo avuto vita facile. Oltre al nostro camper ed alla furgo di Samu c’era anche il camper di Monica ed Enzo, una coppia sulla quarantina davvero speciale. Si è venuta così a creare una piccola comunità in cui ci si faceva compagnia e ci si aiutava al bisogno. In particolare, quella lunga permanenza forzata, ci ha permesso di apprendere il vero significato della parola lavoro. È in quei mesi, infatti, che Nicola ha potuto imparare un nuovo mestiere: quello del macramero. Ho sempre saputo che il lavoro per essere considerato tale deve implicare fatica: fin da piccola mi hanno inculcato che devo fare sacrifici per ottenere quello che voglio. Il punto è: ma come facevano a sapere dove volevo arrivare per sapere che avrei dovuto penare per arrivarci? È come se fin da piccoli volessero già indirizzarci tutti sulla stessa strada, volti alla stessa meta. I grandi hanno sempre questa cattiva abitudine di generalizzare e di sapere cosa i bambini devono fare in questo mondo e non glielo lasciano scoprire. Peggio: inculcano loro dei pensieri che col tempo li portano a convincersi essere farina del loro sacco e li allontanano sempre più dalla loro strada. Fin dalla tenera età ci insegnano che il lavoro nobilita l’uomo. Ma per lavoro intendono quello che inizia alle 8 del mattino e che finisce alle 6 di sera con una pausa per il pranzo attorno a mezzogiorno. Quello che ti fa sudare. Già se lavori in un ufficio ti guardano con disprezzo facendoti battute del tipo :”e lo chiami lavorare quello?” Eggià! Perché se non hai il viso affranto e le ascelle sudate, allora non sei degno di alcuna nobilitazione. Se poi sei come Samu, la gente ti deride proprio. L’arte del macramè non può essere considerato un lavoro. La gente ti considera automaticamente uno che non ha voglia di lavorare e pensa che tu nella vita non stia andando da nessuna parte. Ma tu che leggi se la pensi così, mi spieghi dove cavolo pensi che dovremmo andare? Cioè: pensi che il senso della vita, ciò che permette l’evoluzione, sia il mestiere? Pensi che quando arriverai in punto di morte, il paradiso (cerco di parlare la tua lingua) te lo meriterai in base alla fatica che hai fatto? Sei consapevole che il significato della parola lavoro non sia universale, ma che cambi a seconda del periodo storico in cui vivi? (Ti lascio, a tal proposito, il link di una lettura davvero molto interessante). Quindi capiamoci: se fossi nata nel 1300 il lavoro sarebbe stato considerato una maledizione, e la vita contemplativa, la retta via. Se fossi nata nel 1800, il lavoro sarebbe considerato l’unica via per la felicità, mentre l’ozio assolutamente contro natura. Non si capisce che l’idea che abbiamo del lavoro è unicamente frutto dei condizionamenti sociali? Tu che leggi, ti accontenti? Ti accontenti di fare tua la risposta che qualcun altro ha dato per te? O ci sei talmente dentro, da non esserti neanche fatto la domanda?

Arriviamo al dunque: Samu è un macramero. Il macramè deriva da mahrana (frange) e rame (nodo) e consiste, appunto, nell’arte d’intrecciare nodi. Ha origini antichissime e nasce principalmente nel campo dell’abbigliamento e dell’ornamento in generale. No, se te lo stai chiedendo Samu non fa gonnelline stile hippy: crea braccialetti, collane, orecchini e cavigliere e le vende in strada. Anche Monika ed Enzo sono macrameri, ma loro non sono “pirati”: loro vendono nei mercati. Samu non ci pensa nemmeno a farlo. Dice che la sua arte perderebbe anima. Vendere in strada rappresenta per lui la massima soddisfazione. Immaginatevelo seduto sul muretto, ai bordi del paseo maritimo (il lungomare), che con la sua piccola cassa collegata al cellulare fa ballare tutti i passanti col flamenco. L’energia che sprigiona l’aurea di quel ragazzo invade chiunque la attraversi. Le signore vanno da lui a sedersi mentre intreccia i nodi, per alleggerire i pensieri: in questo senso Samu mi ricorda il gigante buono del film “Il miglio verde”(1999), lo conosci? Si chiama Jhon Coffey e risucchia tutti i mali delle persone, liberandole. Samu, per chi non sa vedere in profondità, è sicuramente un donnaiolo. Ma per chi va oltre le apparenze è un guaritore: quando lo conosci capisci che al di fuori del suo istinto maschile, quello che lo muove è soprattutto il desiderio di donare dell’amore a chi ne ha bisogno. Sembra esserne così pieno, da non riuscire a contenerlo: mi ha sempre dato l’impressione che la sua fosse un’esigenza alla quale non poteva sottrarsi. Come Jhon Coffey, anche Samu si riempie del dolore che empaticamente soffre assieme a chi si apre a lui e periodicamente si rinchiude nella sua furgoneta, “per non intristire gli amici” (parole sue). Noi lo sapevamo e rispettosi del suo momento, lo lasciavamo solo, a ricaricarsi di positività, perché solo così poteva tornare a compiere il suo proposito in questa vita. Ed è proprio qui che voglio arrivare. Io quando vedo Samu ai bordi della spiaggia vedo un uomo che ha trovato il suo posto in questo mondo. Non so se mi spiego. Io vorrei tanto potervelo raccontare meglio ma non esistono parole che possano descrivere esattamente quello che voglio trasmettere. Ci provo meglio: Samu è nel posto giusto al momento giusto, come il vento quando si ha caldo, come la pioggia quando la terra ha sete. Se Samu lavorasse 10 ore in fabbrica o se fosse un importante imprenditore di successo, non ci sarebbe magia sulla spiaggia. E Samu sarebbe “solo” un uomo in gamba. Ma noi non veniamo al mondo per essere persone in gamba. Non è almeno questo il nostro scopo:  veniamo qui per trovare il nostro posto, per portare alla luce il nostro proposito individuale, per raccogliere l’invito di Wayne Deyer a “non morire con la propria musica ancora dentro di sé”. Sono convinta che anche a te sia capitato di incontrare nella tua vita una persona, che mentre la osservavi fare il suo lavoro hai pensato: ”caspita, lo fa davvero bene! Sono sicuro che non potrebbe fare altro nella vita! È nato proprio per fare questo!”. Perché ti dico: ci sono tantissime cose che ci possono venire bene. Io stessa mi sono trovata a fare con entusiasmo e grandi risultati la barista, la centralinista, la responsabile di call-center e l’impiegata. Ma un conto è trovarsi bene a lavorare, un altro è sprigionare magia mentre lo fai. Quando si guardano quelle persone che sono al loro posto e che stanno facendo del proprio lavoro un’arte, la luce è diversa. E ci sentiamo al sicuro in loro presenza. E credimi se ti dico che quelle persone non stanno facendo alcuna fatica! non c’è sacrificio nella loro giornata, ma solo gioia nel fare quello che fanno. Certamente alle volte ci tocca scendere a compromessi. Certe volte perdere la propria onda verde ci costringe a stare fermi ad aspettare, a non fare quello che rispecchia la nostra attitudine personale. E questo è spesso frutto  di cattiva interpretazione degli indizi della vita; frutto del vivere per accontentare gli altri; frutto di scelte sbagliate. Con la consapevolezza di oggi oserei dire che è frutto di scelte e basta. Con gli studi che sto facendo di human design ho ben compreso che siamo semplici passeggeri su un mezzo pilotato e il nostro unico impegno è quello di goderci il viaggio, di lasciarci andare. Ma finché la mente non si arrenderà a questa consapevolezza, continuerà a sabotarci, portandoci inevitabilmente fuori rotta con le sue paure, con le sue credenze, con le sue ossessioni e le sue ambizioni. Con questo non sto dicendo che bisogna abbandonarsi all’ozio più totale, aspettando che la vita ci bussi alla porta con le sue occasioni. Tutt’altro. Perché il vero momento in cui non stai facendo niente, è quello in cui non stai facendo nulla per avvicinarti al tuo proposito, e perché no?! Potrebbe proprio essere, paradossalmente, mentre stai lavorando! Ma per capire questo, devi svegliarti e devi liberarti di tutti quei condizionamenti che la società in cui viviamo ti ha inevitabilmente inculcato. Ti auguro di essere d’accordo con quello che stai leggendo, un giorno, perché sarà il giorno in cui farai ballare chi ti sta intorno, come fa Samu col suo flamenco.              

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