E tu? Sei genitore o fai il genitore?

da 14 Nov 2019

i custodi del disegno umano

Sono passati tre anni esatti dal giorno in cui ho annunciato al mondo di essere incinta. E’ questo che mi ha ricordato facebook oggi. L’avevo fatto cosi:

Guardo la foto e vedo tanto spavento dietro quei sorrisi tirati. Ridevamo, ma avevamo paura. Ci sentivamo tremendamente inadatti, travolti da una cosa che ci sembrava più grande di noi.  E’ proprio questo, del resto, il momento in cui realizzi di essere diventato un adulto, membro di quella strana razza cui pensavi di non arrivare mai ad appartenere. “Oddio, ce la farò? Riuscirò a pensare a qualcun altro, oltre che a me stesso?”. Quante domande ti assalgono tutt’un tratto, quando scopri che diventerai genitore! Le certezze cadono, per lasciar spazio alle loro contrarie e il tutto, in un’atmosfera di completa spaesatezza. Chissà quante paure avranno assalito Nicola, che aveva anche quattro anni in meno di me. Non gliel’ho mai chiesto, a dire la verità, se aveva paura. Temevo una risposta che potesse compromettere tutto. Ma non avevo niente da temere: la vita, ho imparato dopo, non è una questione di età; è piuttosto una questione di maturità, intesa come quella della frutta, quando è pronta per essere mangiata. Quando ti trovi sulla strada giusta, tutto quello che ti accade altro non è che esattamente ciò che sei pronto ad affrontare. E così è stato, oggi posso dirlo: eravamo più che pronti a diventare genitori. Ma facciamo un passo indietro… Non lo abbiamo cercato: Dread è arrivato e basta. E’ arrivato per farci diventare “altro”. Guardo ancora quella foto e vedo due estranei. Non per crisi d’identità, ma nella completa consapevolezza che quella foto mostra l’inizio del percorso di trasformazione che ci ha resi genitori. Perché c’è una bella differenza tra il fare il genitore e l’essere genitore. Nella vita, come sostiene Maria Montessori, la donna che rivoluzionò la pedagogia e l’educazione infantile, esistono come delle porte di maturazione da valicare, dei veri e propri portali, che si presentano una sola volta. Sono ascensori che ti conducono al livello successivo e se li manchi, mancherai per sempre quella maturazione, portandoti dietro tutte le conseguenze del caso. Potevamo rimanere i ragazzi che si divertono tra bar e discoteche, fermi all’amore introverso, verso se stessi, che implode; oppure potevamo diventare mamma e papà e conoscere l’amore che esplode, che si sposta fuori dal sé. Potevamo fermarci al livello della giustizia, o passare al livello della coscienza. Potevamo fermarci e crederci “già arrivati”, oppure potevamo scendere dal piedistallo e renderci conto che c’era ancora tanta strada davanti. Perché quando diventi genitore, ti rendi conto che hai ben poco da insegnare e ancora tanto da imparare. Ed è in questo concetto che risiede la differenza tra il fare il genitore e l’essere genitore; tra l’educare con l’insegnamento presuntuoso e l’educare attraverso l’umile osservazione. Che pericolo che abbiamo corso, pensando se  far nascere Dread o meno! E ancora una volta, era la paura, la cattiva consigliera. Era la mente la sabotatrice. Avevamo paura di diventare altro, di diventare una coppia come tutte quelle che vediamo in giro: distratte, disunite, arrabbiate, stanche. Tutte persone serie, che non si divertono più. Accasate. Senza grilli per la testa. Senza entusiasmo negli occhi. Con i sogni marciti nel cassetto. Per farla breve, avevamo paura che diventare genitori significasse diventare infelici. E noi questo non lo volevamo. Ma per fortuna   abbiamo ascoltato il nostro istinto e deciso  di diventare mamma e papà, con la sfida di confutarci che diventare genitori volesse dire tutto questo. E così è stato. Dread ha due anni e mezzo e siamo felici di aver preso l’ascensore. Non abbiamo trovato occasione migliore per spiegare i nostri sogni dal cassetto e salpare con la nostra Caravana (mi piace chiamare il nostro camper così, come lo chiamano gli spagnoli: gli dà un senso di “Arca di Noè”) alla ricerca dell’isola che non c’è (leggi). Al cospetto della Strategia e rispettando L’Autorità abbiamo seguito il nostro istinto e fatto solo quello che ci faceva stare bene: ad esempio, abbiamo deciso di viverci tutto assieme, per far sì che fosse tutto sempre una gioia e mai uno stress. Abbiamo fatto questa cosa in due: non eravamo mamma e papà, ma genitore 1 e genitore 2. Stessi compiti, stessi doveri. L’unica differenza stava nel fatto che ero io l’unica ad allattare, anche se Dread ci provava lo stesso a mungere anche suo padre!  Per noi era indispensabile che nostro figlio crescesse in un ambiente sereno. Qualsiasi cosa significasse. Perché se noi non siamo contenti, lui non è contento. E dove non c’è felicità non è possibile sano sviluppo naturale. È questa la responsabilità genitoriale per noi: assicurarci che nostro figlio cresca in un ambiente adatto a liberare il suo potenziale. Per noi, mamma e papà non devono insegnare, tipico del fare  il genitore, quanto, piuttosto, educare, ossia lasciar fiorire all’interno di un terreno che si deve cercare di rendere il più fertile possibile. È l’educazione alla libertà che contraddistingue, invece, l’essere genitore. Che senso avrebbe, del resto, allevare un proprio clone? E con quale presunzione insegnare? La vita è mutevole, tutto è relativo, tutto è soggettivo. Ciò che è giusto per te, può non esserlo per tuo figlio, ci hai mai pensato? Scendendo più nel profondo, ognuno di noi nasce con uno scopo ben preciso; ognuno di noi è portatore di un caratteristico disegno umano generato dall’influenza astrale ( e non solo) definita dall’esatto momento della nascita. E se decidi di essere genitore devi renderti conto dell’importanza che ha il tuo adeguamento a questa direttiva universale. Il disegno umano, che ci appartiene, è strettamente legato allo scopo che abbiamo in questa vita. E la carta del disegno umano, unica per ognuno di noi, ci dà le istruzioni per riuscire nell’intento (seguendo una particolare Strategia ed al cospetto di una determinata Autorità). I genitori, conoscendo per primi il disegno dei propri figli, devono creare loro il migliore ambiente/contesto per poterli potenziare e per permetter loro di essere unicamente loro stessi. Questo significa,ad esempio, riempirli di stimoli continui, in ambienti sempre differenti, viaggiare e far loro conoscere più realtà possibili. Perché “ad ogni bambino deve esser dato di sperimentare direttamente, di osservare, di mettersi a contatto con la realtà. Allora i voli della immaginazione s’inizieranno da un piano già elevato: e l’intelligenza verrà posta sulle vie naturali della creazione” (Maria Montessori, L’autoeducazione). Essere genitore significa favorire la costituzione di adulto stabile ed indipendente che si muove con coscienza di unicità in un mondo che cerca di globalizzare: egli “deve dare e fare quel tanto che è necessario affinché il bambino possa utilmente agire da solo” perché “se fa meno del necessario, il bambino non può agire utilmente; se fa più del necessario, e perciò si impone o si sostituisce al bambino, spegne i suoi impulsi fattivi” (Maria Montessori, L’Autoeducazione). Essere genitore significa trascendere  il concetto di giusto e sbagliato, bene e male, buono e cattivo e affermare il concetto di felicità. Essere genitore significa comprendere che “il bambino non è debole e povero; il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro anche nei riguardi della sua educazione” (Maria Montessori). Del resto: un cattivo insegnante è colui che ha dimenticato di essere stato uno studente, mentre un bravo insegnante è colui che ricorda di esserlo stato; un ottimo insegnante è senz’altro colui che è consapevole di esserlo ancora. E’ essenziale, per chi vuole diventare genitore, frequentare il figlio specialmente durante i suoi primi tre anni di vita. Perché non si diventa genitori al momento del parto, ma lo si diventa piano piano, sempre di più. Funziona un po’ come l’università: un esame alla volta, fino alla tesi.  E’ importantissimo per il genitore vivere i primi tre anni del figlio perché è importantissimo che il figlio abbia i giusti stimoli in quelli che la Montessori stessa definisce essere gli anni che definiranno l’adulto che sarà. E sono proprio quelli gli anni che la società vuole di nostro figlio, come se ci tenesse a non costituire un adulto libero ed indipendente. Da subito lo vuole indifeso, staccato dalla mamma (e papà, ma questi, neanche viene contemplato) ancora in fase di allattamento. Una mamma che deve rientrare al lavoro, se no non è una mamma che si prende cura della famiglia. Perché prendersi cura della famiglia significa garantire, in primis, un supporto economico. Al figlioletto ci penseranno le istituzioni scolastiche con i loro percorsi didattici volti alla cultura dell’infante, che deve diventare un bravo sfornatore di danaro. E il lato umano dov’è? Chi si preoccuperà dello sviluppo reale di questo essere vivente? I genitori sono così esauriti da non poterlo certo fare in condizione di low energy una volta tornati a casa dal lavoro. E quelli che non lavorano, sono depressi perché la società fa loro credere di essere dei falliti. E la gente sta dando di matto: bambini dimenticati nelle auto e suicidi per crolli emotivi. E’ così che il mondo sta scivolando verso il baratro. Nessuno si sta preoccupando dei creatori del futuro, nessuno sta tutelando i custodi del disegno umano. E’ rendendoti conto che “ogni generazione di bambini offre all’umanità la possibilità di costruire un mondo migliore” (Elantyne Jebb, Fondatrice di Save the Children)  il primo passo per diventare genitore. Superato il test d’ammissione, puoi decidere di iscriverti all’università. Ma ricorda: nessuna forzatura! La vita è questione di maturità, intesa come quella della frutta, quando è pronta per essere mangiata. Perciò, “se volete smettere di lavorare per mesi o per anni per crescere vostro figlio, o rifiutare una magnifica opportunità di lavoro all’estero per stare con la vostra famiglia, fatelo. Ma solo se volete. Se non volete, non fatelo. Dire <Ho sacrificato la mia carriera per stare con mio figlio> è assurdo quanto:<Ho sacrificato la mia relazione con mio figlio per la carriera>. Non sono sacrifici, sono scelte. Vivere è scegliere, le giornate hanno solo ventiquattro ore e chi fa una cosa non può farne un’altra contemporaneamente. Scegliete quello che in ogni momento vi sembra opportuno e basta. Chi fa quel che vuole non sta rinunciando, sta riuscendo, non si sacrifica, ma trionfa” (Carlos Gonzales, Un dono per tutta la vita).

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