Pecché?

da 12 Mar 2020

“Fare figli è procreazione, educarli e crescerli è creazione” (Efim Tarlapan)

No, non è un errore grammaticale, tutte le mamme che leggono lo sanno bene. E’ una parola esistente nel vocabolario di tutte le famiglie che abbiano messo al mondo dei figli. Coincidenza?? No, non credo! Il fatto che sia una fase che ogni bambino sulla terra attraversi deve farci pensare che faccia parte di un qualcosa di estremamente naturale e necessario per la sua evoluzione, al pari della caduta dei denti da latte.

Non sapete minimamente quante cose io stia imparando da mio figlio e nemmeno sapete quanto abbia sempre pensato che quella che ho appena detto fosse la frase fatta di chissà quale perbenista in cerca di consensi nel mondo dei social. Ma credetemi se vi dico che educo mentre vengo educata: mi ritrovo in un rapporto educativo che nella pedagogia di Paul Freire viene definito di interdipendenza  e che ci vede, appunto, come co-protagonisti in un cammino di formazione. Non ci sono io  che insegno attivamente e mio figlio che,  in stato passivo, recepisce l’insegnamento, ma, per mezzo del dialogo, diamo luce, insieme, a nuove verità. In questa nostra prospettiva, nessuna domanda è stupida e nessuna risposta è definitiva. Non è splendido? Tutto è in movimento, io stessa sono in divenire. E così mio figlio mi sta cambiando ancora, per mezzo dei suoi “pecché?”; mi ha aperto le porte ad una nuova consapevolezza: che l’educazione debba avvenire secondo natura. Mi aveva anticipato l’argomento proprio due settimane fa, ma non avevo colto fino in fondo; lui è fatto così: insegna col gergo del nascondino e io devo cercarlo, quello che vuole dirmi. Eravamo fuori dal camper e mi ha detto che voleva togliere il pannolino e che voleva le mutande come papà. Io e Nicola ci siamo guardati e abbiamo esaudito il suo desiderio un po’ sorpresi: ci avevamo provato un po’ di volte a toglierglielo ma si era fatto la pipì addosso quindi ci eravamo detti che forse non era ancora arrivato il momento. Ci era anche dispiaciuto di averci provato, alla fine, per ambizione personale, solo perché a una certa età il pannolino va tolto: tutte le volte che era successo sembrava essersi vergognato di non aver sentito la pipì arrivare e di essersela fatta addosso. Così ci eravamo detti di aspettare, con la fiducia che l’avremmo capito quando sarebbe arrivato il momento giusto per riprovarci. E così è stato: dal niente ce l’ha chiesto lui e la pipì non gli è più scappata. Gli è capitato, sì, di lasciarsi scappare un goccio, ma il fatto che fosse in grado di fermarla per finire il lavoro in bagno, ci ha dato la conferma che ora era in grado di gestire l’istinto:  i tempi erano maturi. Abbiamo così compreso che averli anticipati aveva comportato soltanto resistenze. Subito dopo questo evento è cominciata la fase dei “pecché?”. Quando ha iniziato a mostrarmi la sua curiosità circa tutto ciò che gli succedeva e a chiedermi il perché, appunto di ogni cosa, ho percepito la sensazione che forse su tante cose mi era scappato di giocare d’anticipo, come per la storia del pannolino. Credo di aver commesso un errore nei suoi confronti  (quello che la Montessori definisce orgoglio genitoriale): senza scendere nel particolare delle attività che gli ho proposto (in quanto irrilevante essendo ogni bambino a sé e ciò che risulta “sbagliato” per lui può non esserlo per altri) sento di avergliele presentate prima che per lui risultassero un effettivo bisogno o comunque una semplice curiosità. Si tratta di attività che potrei definire di carattere prettamente scolastico-intellettuali. Del resto sono sempre stata la prima della classe e studiare e fare i compiti mi piaceva davvero un sacco. Già: a me. Non deve piacere per forza a lui, né devo, tantomeno,  aspettarmi che sarà bravo a scuola. E del resto, chi se ne frega se sarà bravo a scuola. L’importante è che sia felice e che trovi il suo posto nel mondo come qualunque essere vivente. Il mio disegno umano della personalità conscia mi dice che sono una perfezionista, che ricerco la perfezione in tutte le cose. È una grandissima condanna che devo sicuramente ancora imparare a gestire, anche perché essere una perfezionista implica essere una “predicatora di problemi” come mi ha definita il mio coach human design. E chi predica problemi è un gran rompiscatole. Ho la mente perennemente alla ricerca di soluzioni per ogni cosa che secondo il mio parere vada migliorata. Per tutto ciò che esiste, posso trovare il modo di renderlo più efficace. Ma non sono qui su questa terra per aggiustare le cose rotte o per migliorarne l’efficienza. Sono sulla via del mio proposito quanto impiego questo mio dono della ricerca della perfezione nelle cose che mi piacciono, non in quelle che mi dispiacciono. La vita è perfetta nella sua imperfezione e non ha bisogno di essere aggiustata o migliorata. Allo stesso modo, mio figlio ha i suoi tempi e io non devo anticiparli. È adesso che mi chiede “pecché?”, che mi sta dicendo che vuole iniziare ad imparare, ad esplorare.  E non le lettere, i numeri, le figure geometriche. Non ancora: lui vuole cominciare da quello che gli interessa, da quello che stimola la sua curiosità di umano. È questo cui si riferisce la pedagogia Waldorf quando mette in guardia dall’incorrere nel rischio di voler creare piccoli Einstein. Secondo Steiner la prima fase educativa, ossia quella che va dalla nascita fino ai sette anni del bambino, andrebbe tenuta al riparo dagli stimoli di tipo intellettuale, ritenuti controproducenti in quanto tipici di una civiltà voltata all’accelerazione e non al rispetto dei ritmi naturali: come sostiene Jean Jacques Rousseau, “la natura vuole che i fanciulli siano fanciulli prima di essere uomini. Se vogliamo sovvertire quest’ordine, produrremo frutti precoci, che non avranno maturità né sapore e non tarderanno a guastarsi; avremo sapientoni in tenera età e bambini vecchi decrepiti”. Il fatto stesso che in questi primi anni di vita i bambini imparino per emulazione, dovrebbe indirizzarci su cosa desiderino naturalmente fare esperienza: essi vogliono imitarci quando facciamo da mangiare, quando puliamo, quando svolgiamo, insomma, le nostre attività quotidiane. Vogliono affinare i sensi, esercitare le manualità volte allo sviluppo della coordinazione mano-occhi; perché “non vi è nulla nella mente che non fosse prima nei sensi” (Aristotele). E non si può parlare di esperienza sensoriale senza coinvolgere l’altra grande protagonista di questa prima fase educativa: la natura. È lì che i bambini affinano l’istinto, fluiscono nella vita, assaporano felicità, serenità e libertà. Come sostiene Maria Montessori: “la vera educazione […] è un processo naturale che si svolge spontaneamente nel bambino e si acquisisce non ascoltando le parole degli altri, ma mediante l’esperienza diretta del mondo circostante”. La mia idea di educazione fonda, pertanto, le sue radici in una profonda fiducia nella vita e trova, quindi, espressione nell’autoeducazione Montessoriana da un lato e su quella che viene definita ecopedagogia ( che avvia ad un progressivo rapporto-fusione con Madre Terra), dall’altro. Devo aver fiducia nel suo maestro interiore e lasciarlo libero di sperimentare, permettendomi, alle volte, di comportarmi come il precettore dell’Emile di Rousseau, che prepara delle situazioni per il suo allievo affinché si trovi nella condizione di imparare con l’esperienza diretta. Scrivo al singolare per semplicità esplicativa, ma io e Nicola siamo una squadra nelle decisioni che riguardano Dread: conosciamo la nostra linea guida, la fiducia nella vita, e ogni volta che uno dei due esce dai binari, l’altro lo aiuta a rientrare. Non siamo robot e succede spesso, lo ammetto. Ma siamo qui per imparare anche noi, quindi non ce ne facciamo un problema. Si chiama esperienza. E la crescita di un figlio è la più bella che si possa fare. Bella e importante a tal punto da non volerla delegare a nessun altro. Trovo davvero contro natura la proposta governativa di anticipare l’obbligo scolastico ai tre anni di età. Nessuno può sostituirsi al genitore in quanto ad educazione fino al compimento del settimo anno di età: fino a questo momento il bambino va protetto da qualsiasi forma di influenza negativa per il suo sviluppo individuale. Non voglio di certo affermare che una educatrice non sia all’altezza: dal punto di vista scolastico lo sarà sicuramente. Io stessa ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita insegnanti che sono contati davvero tanto per il mio sviluppo cognitivo ed umano. Ma, accidenti, non credo proprio che questo possa funzionare su bambini di tre anni. Prima dei sette anni la scuola deve essere una possibilità per il genitore, non un obbligo (ad esempio per coloro che lavorano tutta la giornata). In questa età di mente assorbente ( come la definisce Maria Montessori) il bambino non può essere guidato da educatori appartenenti ad istituzioni di carattere prettamente universale. Questo volerci tutti uguali fin da bambini non lo trovo assolutamente positivo. Non è l’uguaglianza della parità dei diritti quella che ci stanno vendendo. È la privazione dell’individualità. La finalità educativa, come sostiene Maria Montessori, dovrebbe essere quella etimologica della parola stessa: e-ducare, portare fuori, riferito al potenziale di cui ciascun individuo dispone. E ogni bambino è a sé. Ogni bambino nasce con un impronta precisa in termini di quello che è la sua personalità conscia ed inconscia. E ogni essere umano nasce con un proposito che è anche lo scopo della sua vita: quello di essere felicemente e pienamente se stesso. Significa trovare il proprio posto nel mondo. Perseguire il proprio proposito allinea con la piena realizzazione in tutti i campi dell’esistenza, come il lavoro ( campo materiale) amore (in tutte le sue forme) e salute. Questo scopo è raggiungibile soltanto vivendo la propria vita secondo la propria Autorità e la propria Strategia. Ogni bambino ha il suo disegno e conoscerlo aiuta ad educarlo nel senso etimologico del termine sopra descritto, togliendogli un gran lavoro di decondizionamento che, in caso contrario, si troverebbe inevitabilmente a fare da adulto. Scendo nel dettaglio facendovi  un esempio concreto.  L’umanità è divisa in quattro tipi: Manifestatori, Generatori, Proiettori e Riflettori. A grandi linee ciascun tipo definisce un particolar modo di operare energeticamente. “Quando i bambini Generatori rispondono con la loro Voce Sacrale <ah-huh> o <uhn-uh>, gli viene detto che non è educato. Vengono forzati a smettere di fare suoni e ad interagire invece con parole o frasi. Quando questo accade, la porta d’ingresso della loro Verità Sacrale si chiude e vengono tagliati fuori dallo sviluppare una genuina autostima e amore per loro stessi. I genitori devono imparare a rispettare e incoraggiare i suoni Sacrali dei loro bambini”; e ancora: “I bambini Generatori sono disegnati per essere occupati e attivi fino a quando la loro energia sacrale è esaurita e cadono nel letto esausti. Forzarli a fare un pisolino prima di essere stanchi incontrerà resistenza e frustrazione da ambo le parti.” (Il libro definitivo dello Human Design System – La scienza della Differenziazione – Lynda Bunnell – Direttore dell’International Human Design School). Mio figlio, nella fattispecie, è di tipo generatore. Messo (prima dei sette anni di età) nelle mani di una persona sbagliata può farlo deviare dai propri binari. Questo lo allontanerebbe dalla propria natura, dal suo proposito, dalla felicità, con le implicazioni che ho meglio esposto sopra. L’universalismo non rispetta né la personalità né i ritmi naturali, pertanto non può essere in linea con la mia idea di educazione. Insomma ho messo io al mondo mio figlio e mi sento responsabile di questo dono. Penso che non ci sia nulla di male nel tradurre in fatti quelle che sono le mie ideologie. Penso che non ci sia nulla di male nel voler fare il tentativo di rendere mio figlio una persona felice. Se mai mi accorgessi che sto andando nella direzione sbagliata, sarei assolutamente pronta a rimescolare le carte. Ma oggi penso che ci sia un gran bisogno di invertire la rotta di questa società capitalista improntata su una formazione che puzza di addestramento e di tornare  puntare tutto sull’uomo, sull’individualità, sull’ambiente, sulla vita: che stiamo fallendo come esseri umani lo dimostra lo stato attuale delle cose e il cambiamento deve iniziare dall’educazione di coloro che hanno il potere di sistemare i nostri casini. “Ed io intendo insegnargli l’arte di vivere. Uscendo dalle mie mani, lo ammetto, egli non sarà magistrato, né soldato, né sacerdote; sarà innanzi tutto uomo; a tutti i doveri propri di un uomo egli sarà in grado di far fronte al pari di qualsiasi altro e, per quanto la fortuna possa fargli mutar condizione, egli si sentirà sempre al suo posto (Jean-Jacques Rousseau, Emile).

CHI SIAMO

il logo del blog di jenni evangelisti

Il nostro Blog Guidati da Ajna è ricco di articoli scritti in posti sempre diversi che stimolano nuovi spunti e nuovi argomenti del vivere secondo natura.

Pin It on Pinterest

Shares
Share This